Sorridi.
Ho sempre pensato che il mio tempo scorresse più lentamente di quello degli altri. Gli altri, quando mi chiedevano se mi ero divertita durante le vacanze, si stupivano sempre della mia risposta: “Sì, sono state due settimane molto lunghe”. Non potevano concepire che delle vacanze divertenti fossero anche lunghe, e questo forse perché nel loro immaginario uno scherzo è bello finché dura poco, prima il dovere poi il piacere, le cose belle sono brevi: tutte ossessioni intrise di doveri da cultura cattolica: ché, quando ci si diverte, si dice, il tempo scorre in fretta.
È vero, il tempo passa più rapidamente nel divertimento. Ma io ci pensavo e ripensavo talmente a tutto il divertimento e alla bellezza degli altri, nei momenti più belli, che nella mia testa prendeva una dimensione dilatata, duplicava i miei sorrisi, addolciva gli abbandoni riempiendoli di poesia e ricordi. E così nella mia testa troppo pensante i ricordi e la poesia mi riportavano ad un nòstos onirico carico di mani rassicuranti e calore umano corrisposto e non, chiacchierate chiarificatrici e incontri folgoranti. Le mie notti si riempivano di sogni e idee come piovesse, una doppia vita che conducevo inconsapevolmente.
Inconsapevolmente, sì. Perché io non li ho mai ricordati, i miei sogni. Quelli che ricordo sono sempre stati incubi. Mi sveglio qualche volta ancora adesso che sono grande, con gli occhi pieni di lacrime e la sgradevole sensazione di voler fuggire da qualcosa o da qualcuno e di non riuscirci, perché nel sonno sono consapevole a metà di essere legata ad un letto e soprattutto ad un corpo che m’impediscono la fuga.
Oppure non è il letto o il corpo, ma la mia origine a legarmi indissolubilmente alle mie abitudini, come se questa origine che ho sempre rinnegato fosse un’inesplicabile e misteriosa calamita che mi ancora a delle certezze cui nemmeno credo più.
Però mi dico, non è possibile che io faccia solo di questi incubi. Devono ben esserci dei sogni talmente belli da farmi piangere anche loro, delle fantasie (fantasie, un’altra parola che amavo da bambina, di cui mi sentivo quasi una figlia) incomprensibili ma chiarissime, come quando sognavo di volare sul mio letto, che diventava non più un ostacolo fisico ma un mezzo per sentirmi più leggera, come in un viaggio consumato con lentezza e piacere.
E ciononostante, i miei sogni notturni, quelli belli, quelli che si tingevano dei colori sereni delle nuove amicizie e della freschezza dei tramonti estivi, son sicura che mi hanno riempito le notti nei periodi più belli. Quasi quasi è meglio che io non li ricordi: se me li fossi ricordati, e se me li ricordassi, sarei stata satura di emozioni, nei periodi migliori, e avrei cercato la sofferenza, in modo un po’ masochistico.
E anche adesso succede, perché non è mica che crescendo si migliori. Certo, s’impara a difendersi dal freddo, dal vento, si colgono mille sfumature di porcellana anche in quella che pare una fredda porta di acciaio. E si cerca di portare tutto nell’altra vita, quella parallela e notturna.
Ma i sogni restano lì ad accompagnarci. E noi possiamo solo provare a dimenticarli prima possibile.
Certo che a maggio anche nel freddo anomalo, le cose sembrano tanto semplici, dopo tre settimane di visite e il rientro a Orléans reso meno traumatico dalla mia “nonna” adottiva. E certo anche che il vento gelido, che ti taglia il naso pizzicandolo come il tabacco che la mamma infilava alle narici per farmi starnutire, regala anche una sinfonia di colori dal cielo che neanche in Italia.
E che fino ad un paio di mesi fa manco m’immaginavo. Il cielo bianco suicidio (Concubinus, frammenti) sulle nostre testoline pensanti. Certo che sta cosa del bianco immacolato ti scatena la creatività. Uno o è creativo e si dipinge le pareti di rosa e arancione e si compra un bel divano fucsia, come qui qualcuno ha fatto, oppure comincia a pensare seriamente al suicidio.
a casa.
Perché le nuvole nere sull’orizzonte occidentale, laddove tramontava un sole timido e impacciato,
parevan le montagne del mio paesino natio, quelle che si stagliano all’orizzonte e ti fanno compagnia, per un bel tratto lungo, un tratto che da bambino ti pare tutto il mondo: come la luna, che rimane sempre lì fissa in cielo anche se ti muovi veloce veloce (cioè: a 40 all’ora) sulla renault quattro del papà, così la montagna rassicurante ti accompagna per dei tratti che nei nostri infantili viaggi paiono infiniti.
E sopra a quel neroverde fatto di aria rarefatta,

Io mi vedevo così, un anno fa.
Dimenticando la politica, le frustrazioni, la voglia che avevo di pensare in alto. Quell’alto che, adesso, mi spaventa, adesso che un po’ in altezza ci sto, adesso che volo verso altri lidi ed altre sensazioni.
circondarsi di persone che ci diano delle sensazioni. Degli stimoli. Della gioia. Non è che IO, sia cambiata. “Tu”, qualcuno mi disse, sempre un anno fa, quando ancora ero inconsapevole di quello che mi aspettava, “rimarrai sempre tu, nella tua interezza, nella tua intelligenza, nei tuoi limiti che senti enormi”.

(les jardins de Luxembourg)
a ringraziare
Tanto per dovere di cronaca, è cominciata l'infinita serie delle visite del maggio francese. Che sono gradite, anche se sono una dietro l'altra e non lasciano respiro alcuno alle nostre attività più o meno quotidiane, soprattutto perché portatrici di prelibatezze italiche.