sabato, 01 luglio 2006
scarabocchiato da annuzzapeste in la casa dei sogni

dans la lumièreSorridi.
Incassa gli sguardi degli amici che sai che sono amici veri, di quelli che sentirai qualche volta e di quelli che non sentirai più. C'è chi dice che le persone incontrate per caso, che non si rivedranno più, sono come morte per noi.
Io invece, nel vedere i volti che non rivedrò una seconda volta, mi sento più piccola e leggera, come  una sorta di deresponsabilizzazione da erasmus che contagia chiunque sia con la valigia (o meglio, il catafalco fucsia - in tinta col divano, ovviamente - che mi sono dovuta comprare ieri) sempre in mano.

Ricevi libri su libri.
Una promessa di una casa in Bretagna per passare le vacanze, un ultimo giro alle sette del mattino, con litri d'alcol in corpo, a vedere l'alba a Montmartre silenziosa irreale nella luce rosazzurra del mattino di delicate infiorescenze.

Sentiti a casa.
Le amicizie che sai che rimarranno in una città dove ti senti a casa, malgrado tutte le difficoltà di un lungo inverno, malgrado la freddezza - apparente - della gente. Perché fa caldo, il sole scalda i sorrisi nei volti delle persone, ho ballato come una scatenata tutta la notte e il mondo sembra facile nonostante le sue tragiche divisioni sociali: la vita è un gioco, e anche questo fa parte di esso. E se lo dico io, significa che tutti possono riuscire a superare le tragedie finanziarie.

Mi sono sentita bene, in questo non-lieu, durante quest'anno e mezzo di stravolgimenti dell'anima, dove potevo parlare degli altri parlando di me stessa e parlare di me stessa parlando degli altri, dove il layout rispecchiava il sentirsi serena, semplice, maniaca depressiva, parigina, esule.
Ma è arrivato il momento di salutarsi.
Tutte le cose, quelle belle come quelle brutte, prima o poi finiscono, si dice.
Io finisco qui con questa Gattanna, perché si è chiuso un capitolo - e se ne apre un altro su http://gattannavedelontano.ilcannocchiale.it/ che sarà il mio nuovo rifugio

per voi, per me, per chi vuole unirsi alla mia danza

torno a casa.

Di tanto in tanto noi ci ritroveremo nell'unica festa che non può mai finire.

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mercoledì, 28 giugno 2006
scarabocchiato da annuzzapeste in viaggi e miraggi

Com'è passato in fretta quest'anno - come sempre, continuo a contare un anno scolastico - con tutte le sue solitudini e le paure recondite ed improvvise. Con le tragedie finanziarie, i silenzi dell'anima, il gelido pallore di un inverno che sembrava non finisse mai, la primavera come un regalo venuto da chissà dove atteso e vibrante ma così incerto.
Adesso tutto al mio ritorno mi parrà diverso, sconosciuto, irraggiungibile, la grande ville invece così familiare e variegata e la campagna piatta e sempre uguale a se stessa.
Porterò dentro i sorrisi veri e quelli falsi, il calore umano e la musica dei miei nuovi libri che non riesco a lasciare qui e la luce della sera che finisce alle 11, ché qui siamo tanto a nord.
Mi aspetta un'onda caldissima e lunga, le vecchie amicizie quelle che non si scordano mai e lauree degli altri. Ché qui c'è gente che lavora, mica come me.

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giovedì, 22 giugno 2006
scarabocchiato da annuzzapeste in amici e mici

Così la vita è sempre capace di sorprendermi quando meno me l'aspetto e di deludermi quando più ripongo aspettative in essa: la bellezza misteriosa dello sconosciuto universo altro da me e la discrezione di parole sottovoce e urlate, i suoni e le urla di festa di persone e cori di canti tuztuztuz.
Scie luminose come nella testa di un Re Magio in questo momento, che sorridono e m'abbracciano in un piccolo universo morbido dove stendermi, malgrado gli screzi e le incomprensioni, con un affetto che trascende la fisicità hic et nunc. Mentre la llorona risuona nelle orecchie col suo lamento e la Cortellesi ci mette del suo con i suoi giovanotto, mi attizzi lo sai, spero che mi allieterai, dammi ancora un'altra botta (per chi non lo sapesse, traduzioni dirette di beibi uan mor tàim), si progetta una vacanza, un lavoro, il sorriso delle persone rese felici da quel lavoro, l'ispirazione che arriva, che arriva, non per un diario intimo ma per un'espressione più ampia che vuol prendere forma e volo.
Ultimi giorni che se ne scappano via dalle dita leggendo nuovamente Calvino. La psicanalisi che ho tentato di scoprire attraverso Marie Cardinal e i suoi mots pour le dire, decisamente, non fa per me: meglio rilanciarmi nel mio Italo, riscoprire i suoi racconti che rapiscono, pensare allo scorrere del tempo che mi avvicina inesorabilmente al viale del tramonto (il quarto di secolo incombe sulla mia testa come la ghigliottina su Marie Antoinette).
E intanto mentre il 1° luglio segna un rientro, non spezzare i fili lavorativi qui mi rassicura: Parigi nella testa, Parigi nel cuore. La fete de la musique sotto l'acqua, ma una (noiosa) vittoria sulla Repubblica Ceca, il sole sulla Piazza del Pompì tra ubriaconi che vogliono prenderci la nostra preziosa bottiglia d'alcol, americani chiassosi e sghignazzanti, e confidenze con amici di vecchia data, rivelazioni così eclatanti da far sembrare di conoscersi da sempre e non conoscersi però del tutto: come un tesoro indecifrabile, quest'universo altro da me.

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lunedì, 12 giugno 2006
scarabocchiato da annuzzapeste in momenti philosophie

Di colpo arrivano le lunghe serate piene di musica, di consigli sugli amori passati e futuri e silenzi (dell'anima e della patonza bien sur), di spettacoli di danza deludenti e puramente estetici, con Sara entusiasta e io e il concubinus schifati, i dibattiti sulla sensibilità e la sanguignità (se così posso dire) della piccola Michi appena giunta nella ville lumière per la sua vacanza di laurea.
Un grillo a tenermi compagnia in questa caldissima notte di primestate, è tardi e non ho voglia di andare a dormire e ci si mette pure la mia dolce ospite a chiedermi informazioni su quali musei non può mancare assolutamente, quali paesaggi urbani ed emozioni: dalla cité P, dove P sta per Perdition, così soprannominata dalla mia commère, alla Butte aux Cailles (accidenti, la collina delle quaglie, un paesino bucolico dentro Parigi dove, lo giuro, lì sì vivrei se potessi) a mangiare in un ristorante basco con l'assistente newyorkese di Chomsky e la lentigginosa australiana.
E l'afa che attanaglia queste sere piene di sorrisi e anche di tensioni subito sopite, serve a ricordarmi che fino a poco tempo fa, mica me lo sognavo questo clima. Che sono addirittura stata così stupida da non mettere in valigia, a Pasqua, nemmeno un paio di pantaloncini, e che adesso cerco di abbronzarmi e sogno un rientro a Trieste in grande stile, con tanto di giornate a rosolarmi a Canovelle insieme alle mie comari storiche e serate di Maremetraggio e grandi mangiate all'Acquario. Meno diciotto.

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mercoledì, 31 maggio 2006
scarabocchiato da annuzzapeste in viaggi e miraggi

Spazio quadrato di chiaroscuri, ore ventidue e trentuno. Come a ricompensa del freddo e del vento, si staglia una falce bianca immersa aldisopra dell’orizzonte neroblù. E com’è possibile, com’è possibile questo rosso dietro i boschi, se per tre giorni ho affogato le mie emozioni solo nei tramonti e nel fruscio delle foglie agitate dall’atlantico?
Il tepore del treno che ad intervalli regolari srotola il suo brusio rapidorapido sulle rotaie porta il nome di un inverno che mica se ne vuole andare. Che c’illude, lasciando spazio ad una tisica primavera. Che ci fa sognare, noi smarriti in mezzo al vento, cieli enormi e chiarissimi. Che invece porta una nuova pioggia, un nuovo vento, altre scuse per chiudersi in casa a scrivere, quando la mia intima anima mediterranea invece vorrebbe smettere di indovinare la forma del sole, risvegliare la pelle cadaverica e bollirla come la tisana che bevevo d’inverno alle due di notte confidando in un giorno più clemente e meno lungo.

Non so. Penso che sia il tempo che se ne sta volando via sempre più velocemente a darmi questa imprescindibile ossessione per la meteorologia, come se cominciassi solo adesso a percepire lo scorrere del tempo sempre più rapido ed ingombrante e sentissi il più possibile il bisogno di cogliere quel che mi viene dato di buono e di caldo.

***
Ho sempre pensato che il mio tempo scorresse più lentamente di quello degli altri. Gli altri, quando mi chiedevano se mi ero divertita durante le vacanze, si stupivano sempre della mia risposta: “Sì, sono state due settimane molto lunghe”. Non potevano concepire che delle vacanze divertenti fossero anche lunghe, e questo forse perché nel loro immaginario uno scherzo è bello finché dura poco, prima il dovere poi il piacere, le cose belle sono brevi: tutte ossessioni intrise di doveri da cultura cattolica: ché, quando ci si diverte, si dice, il tempo scorre in fretta.

È vero, il tempo passa più rapidamente nel divertimento. Ma io ci pensavo e ripensavo talmente a tutto il divertimento e alla bellezza degli altri, nei momenti più belli, che nella mia testa prendeva una dimensione dilatata, duplicava i miei sorrisi, addolciva gli abbandoni riempiendoli di poesia e ricordi. E così nella mia testa troppo pensante i ricordi e la poesia mi riportavano ad un nòstos onirico carico di mani rassicuranti e calore umano corrisposto e non, chiacchierate chiarificatrici e incontri folgoranti. Le mie notti si riempivano di sogni e idee come piovesse, una doppia vita che conducevo inconsapevolmente.
Inconsapevolmente, sì. Perché io non li ho mai ricordati, i miei sogni. Quelli che ricordo sono sempre stati incubi. Mi sveglio qualche volta ancora adesso che sono grande, con gli occhi pieni di lacrime e la sgradevole sensazione di voler fuggire da qualcosa o da qualcuno e di non riuscirci, perché nel sonno sono consapevole a metà di essere legata ad un letto e soprattutto ad un corpo che m’impediscono la fuga.
Oppure non è il letto o il corpo, ma la mia origine a legarmi indissolubilmente alle mie abitudini, come se questa origine che ho sempre rinnegato fosse un’inesplicabile e misteriosa calamita che mi ancora a delle certezze cui nemmeno credo più.

Però mi dico, non è possibile che io faccia solo di questi incubi. Devono ben esserci dei sogni talmente belli da farmi piangere anche loro, delle fantasie (fantasie, un’altra parola che amavo da bambina, di cui mi sentivo quasi una figlia) incomprensibili ma chiarissime, come quando sognavo di volare sul mio letto, che diventava non più un ostacolo fisico ma un mezzo per sentirmi più leggera, come in un viaggio consumato con lentezza e piacere.
E ciononostante, i miei sogni notturni, quelli belli, quelli che si tingevano dei colori sereni delle nuove amicizie e della freschezza dei tramonti estivi, son sicura che mi hanno riempito le notti nei periodi più belli. Quasi quasi è meglio che io non li ricordi: se me li fossi ricordati, e se me li ricordassi, sarei stata satura di emozioni, nei periodi migliori, e avrei cercato la sofferenza, in modo un po’ masochistico.  

Certo è che anche i periodi più neri pareva non finissero mai. E questo è normale, penserà chiunque: ma come nella gioia vivevo una doppia vita, così lo stesso mi succedeva con i periodi più travagliati. Soltanto che la notte la vivevo intensamente quanto il giorno, perché i fantasmi dei sensi di colpa mi travolgevano senza scampo alcuno e, soprattutto, mi riempivano completamente la testa.

***
E anche adesso succede, perché non è mica che crescendo si migliori. Certo, s’impara a difendersi dal freddo, dal vento, si colgono mille sfumature di porcellana anche in quella che pare una fredda porta di acciaio. E si cerca di portare tutto nell’altra vita, quella parallela e notturna.

Ma i sogni restano lì ad accompagnarci. E noi possiamo solo provare a dimenticarli prima possibile.


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lunedì, 22 maggio 2006
scarabocchiato da annuzzapeste in viaggi e miraggi

Certo che a maggio anche nel freddo anomalo, le cose sembrano tanto semplici, dopo tre settimane di visite e il rientro a Orléans reso meno traumatico dalla mia “nonna” adottiva. E certo anche che il vento gelido, che ti taglia il naso pizzicandolo come il tabacco che la mamma infilava alle narici per farmi starnutire, regala anche una sinfonia di colori dal cielo che neanche in Italia.

E che fino ad un paio di mesi fa manco m’immaginavo. Il cielo bianco suicidio (Concubinus, frammenti) sulle nostre testoline pensanti. Certo che sta cosa del bianco immacolato ti scatena la creatività. Uno o è creativo e si dipinge le pareti di rosa e arancione e si compra un bel divano fucsia, come qui qualcuno ha fatto, oppure comincia a pensare seriamente al suicidio.

Ma il cielo di oggi, lui, mi ha fatto sentire

a casa.

Perché le nuvole nere sull’orizzonte occidentale, laddove tramontava un sole timido e impacciato,

parevan le montagne del mio paesino natio, quelle che si stagliano all’orizzonte e ti fanno compagnia, per un bel tratto lungo, un tratto che da bambino ti pare tutto il mondo: come la luna, che rimane sempre lì fissa in cielo anche se ti muovi veloce veloce (cioè: a 40 all’ora) sulla renault quattro del papà, così la montagna rassicurante ti accompagna per dei tratti che nei nostri infantili viaggi paiono infiniti.

 
E sopra a quel neroverde fatto di aria rarefatta,

nel pastello violetto e azzurro e intorno a quei mughetti che si rincorrono,

 vanno i pensieri

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sabato, 13 maggio 2006
scarabocchiato da annuzzapeste in deliri e dragaggi


Cancro (21 giugno - 22 luglio)

In questo momento hai la possibilità di raccogliere un milione di dollari a scopo di beneficenza, potresti fondare una solida organizzazione o convincere una persona depressa a non suicidarsi. D'altra parte è anche possibile che tu raggiunga il punteggio record in un videogioco o che ti ubriachi a tal punto da meritare un servizio del telegiornale. In altre parole, Cancerino, ci sono ottime probabilità che tu faccia qualcosa di grande, che si tratti di una cosa intelligente e importante o stupida e inutile. Scegli attentamente come vuoi che si manifesti questa tendenza cosmica.

(www.internazionale.it)

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giovedì, 11 maggio 2006
scarabocchiato da annuzzapeste in momenti philosophie

Io mi vedevo così, un anno fa.

Mi vedevo accasata. I figli davanti ad un focolare, metropolitano ma non troppo, ad organizzare il pranzo e la cena del giorno stesso e del giorno dopo, a litigare per una sciocchezza e a progettare le prossime vacanze, consigliandomi con un’amica. Accontentandomi del cinema a tre euro nascosto tra un palazzo in stile austriaco ed un intenso fogliame verde.

Dimenticando la politica, le frustrazioni, la voglia che avevo di pensare in alto. Quell’alto che, adesso, mi spaventa, adesso che un po’ in altezza ci sto, adesso che volo verso altri lidi ed altre sensazioni.

Ma.

Qualcosa.

È.

Cambiato. Dentro di me.

 E non lo so, forse tutto quello di cui abbiamo bisogno, è

circondarsi di persone che ci diano delle sensazioni. Degli stimoli. Della gioia. Non è che IO, sia cambiata. “Tu”, qualcuno mi disse, sempre un anno fa, quando ancora ero inconsapevole di quello che mi aspettava, “rimarrai sempre tu, nella tua interezza, nella tua intelligenza, nei tuoi limiti che senti enormi”.

Due di queste persone, persone contagiose di un'allegria lieve ed intensa, sono passate questa settimana, e mi hanno fatto interrogare sulla mia capacità di créer des liens.

Ho creato dei legami, certo, delle amicizie inconfutabili ed ora imprescindibili. Amo circondarmi di mondanità, che non è esattamente mondanità, ma mondo. Anzi, monde, come dicono i nostri cugini oltralpini. In questa parola, monde, essi racchiudono “gli altri”, un universo che nel freddo e nel bianco cielo di queste latitudini, sembrano restare solo “altri”, come alieni, e che, invece, hanno una capacità crepuscolare di entrare dentro di noi, con leggerezza e senza preavviso come se fossero doni del cielo. Certo che lo sono, loro, doni del cielo, ma noi li rigettiamo nelle nostre paure: e ci risvegliamo un bel giorno, in mezzo al calore di un sole che ha fatto un’enorme fatica a riesumarsi dalle sue tenebre, fatte di nuvole a forma di tappeto uniforme e purissimo, bianco e insolcabile, con una voglia incredibile di DARCI a questi doni, di diventare doni a nostra volta.  Ci risvegliamo in mezzo ad un prato verde fatto di sogni convulsi e rarefatti, in un luogo di una bellezza inequivocabile ed algida e che ora ci accoglie fra le sue braccia con lo stesso tepore delle braccia materne, fumando lentamente ed assaporando colori ed odori, tra le nostre incertezze future e passate e presenti, in un luogo che non è un luogo, in un tempo che non è un tempo,

 Jardins_du_Luxembourg
(les jardins de Luxembourg)

a ringraziare

perché l’inverno è finito, la testa riposa e prende aria, luce e corpo, lanciandosi con un sorriso fuori dal métro.


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mercoledì, 03 maggio 2006
scarabocchiato da annuzzapeste in

Adesso che la finocchiona è finita
il grana padano è agli sgoccioli
la sopressata è sparita sotto i miei occhi (e non solo nella mia di bocca)
io sono a dieta, e vado perfino a correre (incredibile dictu!)
non mi resta che del pane toscano sciapo indurito.
E come impiegarlo meglio, se non facendo...
LA PAPPA AL POMODORO?
Cercasi basilico fresco.

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sabato, 29 aprile 2006
scarabocchiato da annuzzapeste in ricette, amici e mici

wlTanto per dovere di cronaca, è cominciata l'infinita serie delle visite del maggio francese. Che sono gradite, anche se sono una dietro l'altra e non lasciano respiro alcuno alle nostre attività più o meno quotidiane, soprattutto perché portatrici di prelibatezze italiche.
Ieri infatti sono giunti alla nostra magione la mitica zia Anna e il fratello Guido del mio caro concubino. In pratica, venti chili di bagagli per ciascuno, sotto
forma di ogni tipo di cibo. Compreso il must di mamma Ivana, ovvero la torta al riso soffiato al cioccolato. Giusto per ricordarvi che sarei a dieta... Le gioie per il palato spaziavano dal prosciutto crudo (che qui, vi assicuro, è immangiabile) al caffè lavazza, dalla crema di gianduia ai dolcetti alle mandorle. Mi sono solo stupita di non ritrovare un crodino nella borsa della zia. Si sa, i crodini nella casa d'origine del concubino sono immancabili.
Senza contare che l'altra sera Stè ci ha messo del suo, e mi ha riempito il frigo non solo di patè di olive, sottaceti della Coop (benedetto chi inventò la
Coop, gli devo fare un monumento), cipolle in agrodolce, pane toscano sciapo, ma soprattutto di quella delizia infinita dei sensi che è la finocchiona. Per chi non lo sapesse, un salamone toscano con semi di finocchio morbido e gustosissimo. L'impero della gioia del palato. Senza contare la sopressata e il pecorino toscano. (La prova costume si avvicina sempre di più ed è meglio non pensarci).

Di solito il frigo, arrivato alla domenica, grida vendetta. Potrei ballarci dentro il cancan da quanto è vuoto, anche se forse i vicini mi denuncerebbero per oltraggio alla quiete pubblica, per via del rimbombo. Un vuoto cosmico, un buco nero. Stavolta, invece, viva l'abbondanza (Concubinus dixit), crepi l'avarizia (aggiungo io, felice e rotolosa di ciccia). Ciccia postfestiva e prefestiva. Come dire, un ponte di feste da Natale a Pasqua e da Pasqua a Natale. Mai che una possa espatriare e mettersi a dieta in pace.

Finalmente la settimana prossima anche la mitica Madre espatria. Pensate, finalmente a sessant'anni si decide ad uscire dall'Italia. Yugoslavia (all'epoca era ancora unita) a parte, infatti, non ha mai messo piede fuori dal suolo italico. Verrà in pompa magna con la sòrema, e si prospetta una maratona non indifferente, con mia sorella che vuole andare al Printemps, l'impero del consumismo, e io che spingo per il Quartiere Latino e Notre Dame. Un vero pollaio in centro a Parigi. Ma va tutto bene, purché la mamma metta un po' il naso finalmente fuori dalla nostra patria e si renda conto che cosa c'è di meglio e di peggio.

Oggi il barone rosso rampante mi fa sentire un visconte dimezzato, tanto per usare una metafora, nonché una mia dottissima citazione calviniana. Della serie che mi sento un vero straccio e ho le occhiaie che disegnano il contorno delle mascelle. Una faccia viola, praticamente. Aggiungete che è tornato un po' di freddo e che il sole si fa vedere e non si fa vedere, l'indurimento casalingo, in definitiva, si sta riaffacciando minacciosissimo.
Torno al mio divano fucsia di dolore ad insalamarmi stile finocchiona nella trapuntona gialla. Riemergerò con qualche chilo in più e ottimismo a mazzi. Siete tutti i benvenuti.

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